Lager Jasenovac: raw fragment

Questo raw fragment, uno di quelli che ho postato su You Tube a corredo del mio viaggio fra Croazia, Serbia, Ungheria e Rupubblica Ceca, mostra quel che non è rimasto del campo di concentramento di Jasenovac. Nonostante il lager sia segnalato come luogo dove trovarono la morte 700mila persone fra il 1941 e il 1944 persino dall’USHMM, la volontà di rimozione della memoria, è immutata a Zagabria e dintorni da quando il presidentissimo Tudjman decise di rifondare la nuova Croazia (sì, quella che si accoda per far ingresso in Europa) sullo stampo della Croazia nazista di Pavelić. La morte di Tudjman non ha cambiato granché. La moneta con cui si paga in Croazia, la kuna, porta lo stesso nome della kuna d’epoca nazista; la bandiera croata, la šahovnica, è quella che sventolava mentre i serbi, gli ebrei, i rom e gli “oppositori” venivano massacrati in loco o deportati ad Auschwitz.
Non avevo previsto, partendo per i 30 giorni di viaggio, di filmare nulla: non ho un’attrezzatura che possa definirsi decente. Avevo previsto un taccuino [si chiama, ora, “Quadri verso Est”, lo si può leggere a segmenti sul mio blog (0: Jasenovac 1: Novi Sad, 2: Belgrado, 3: Pannonia, 4: Budapest, 5: Belgrado, 6: Praga, 7: Belgrado, 8: non-luogo, 9: Belgrado, 10: Zagabria, 11 e ultimo) o downloadare in .pdf da qui] e un reportage fotografico di circa 300 immagini in bianco e nero. E’ stato andare a Jasenovac, essere a Jasenovac, nel nulla più assoluto di un’alba ghiacciata e silente (non un museo, non un centro informazioni, non un istituto culturale) a farmi sentire l’urgenza di cliccare il tasto record video. Per quanto artigianale sia, credo renda più efficace il mio racconto. La rimozione della memoria e la negazione dell’Olocausto cominciano a Jasenovac. Ne scrivo mentre in Croazia un’azienda in queste settimane produce e distribuisce nei bar bustine di zucchero: illustrate dalla faccia severa di Hitler, e corredate da slogan antisemiti.



6 Comments

  1. psv wrote:

    “la storia siamo noi”

  2. demetrio wrote:

    ho guardato e ho visto.
    ho ricordato non so se serve che ci sono dei posti qui, qui=piemonte, così. Sono luoghi di guerra, di scontri tra partigiani e nazisti.

    c’è in questi luoghi qualcosa di turbante, un po’ come quando arrivi alle ultime pagine de La casa in collina di Pavese.

    non credi?

    d.

  3. Gilgamesh wrote:

    …e se anche voi vi credete assolti, siete per sempre, coinvolti.

  4. Effe wrote:

    che il corpo abbia un memoria propria, lo sappiamo, dai gesti che si compiono in modo meccanico, *solo* con il corpo, ai numeri tatuati sull’avambraccio dei deportati ebrei.
    Anche i luoghi, credo, hanno memoria propria.
    Qualcosa di denso che rmane.
    Anche senza segni, anche senza riconoscimenti esteriori.

  5. Effe wrote:

    (il sole basso, le ombre lunghe.
    le ombre.
    come corpi)

  6. Strelnik wrote:

    Voglio riportare qui sotto proprio le ultime frasi da “La casa in collina” di Pavese che Demetrio rammentava all’inizio:

    “Io non credo possa finire. Ora ho visto che cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi -“E dei caduti che ne facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Nè mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per la loro la guerra è finita”

    Mi eran ritornate in mente ascoltando, un paio di giorni fa a Fahreneit, Claudio Pavone immaginare ciò che si direbbero oggi un partigiano e un repubblichino morti, discutendo poi della differenza tra storia e memoria e del mestiere dello storico.

    (ringrazio anche qui Babsi per i raw fragments e le sue parole di viaggio)