marzo, 2007

Olivetti, fabbrica illuminata

marzo 15th, 2007

«Nel febbraio del 1956 (…) la Olivetti e la città legata al suo nome potevano ben essere pensate come una moderna Atene periclea, una nuova montefeltresca Urbino. Di Urbino era Paolo Volponi, arrivato anche lui proprio in quei giorni ad occuparsi, come direttore dei servizi sociali, di asili, di mense, di assistenza sanitaria, di colonie estive, di “memoriali” (…). A Ivrea non si poteva non sentirsi nel mondo: per la quantità e la qualità delle persone che vi circolavano, degli stimoli che ne derivavano. C’erano economisti come Franco Momigliano e Gian Antonio Brioschi, sociologi come Luciano Gallino e Roberto Guiducci, giovani funzionari come Franco Tatò e Guido Rossi e tanti architetti (…), poeti come Leonardo Sinisgalli e Franco Fortini, scrittori come Ottiero Ottieri e Soavi, Giancarlo Buzzi e Libero Bigiaretti, studiosi di teatro come Luciano Codignola e Ludovico Zorzi. Ognuno aveva una responsabilità aziendale.»
Giovanni Giudici - Ivrea. L’utopia dell’ingegner Adriano, “Corriere della Sera”, 17 febbraio 1998.

In Italia c’è stata un’industria che era qualcosa di più di un’industria, che reinvestiva capitali in cultura e sociale in modo già anacronistico allora, impensabile adesso che i manager spolpano le aziende fino all’osso, mangiando anche i tendini, la pelle e il grasso, oltre che le carni.
“Elea classe 9000″ è un video documentario della Olivetti, in cui la parte grafica fu curata da Giovanni Pintori, uno dei massimi talenti della grafica italiana del boom, responsabile e artefice dell’immagine dell’azienda di Ivrea per molti anni e in modo memorabile.

Olivetti e Pintori

Link diretto al video (32m 15″, Windows Media Video, video streaming).

Si coglie così anche l’occasione per visitare il sito dell’AICA, nel quale il documentario è contenuto, pieno di materiale video che merita un bel po’ d’attenzione.

Segnalazione via Typomilan e Sergio Polano.

Scene crude da Dachau

marzo 7th, 2007

Guarda, guarda, il piazzale vasto del roll-call, dove ogni mattina i prigionieri del lager erano costretti all’appello prima dei lavori forzati; guarda, guarda, una delle torri delle sentinelle SS, pronte a sparare a ogni gesto, a ogni movimento (e dietro, il filo spinato, quello elettrificato); guarda, ora, guarda la baracca dove dormivano ammucchiati come bestie: è solo una baracca d’esempio, una ricostruzione per i visitatori che combattono l’oblio: quel viale alberato, guarda guarda, era una distesa di baracche lunghe e strette, numerate; guarda nel buio della sinagoga che ripete il numero di ebrei passati ai forni: 6 milioni, guarda; guarda la scolaresca nell’edificio del bunker, il carcere dove omosessuali, dissidenti politici e asociali venivano torturati, costretti in celle senza cibo né acqua: ne ho vista una, io, quella più punitiva, 70 x 70, dove un essere umano – se questo è un uomo… – non può nè sdraiarsi né star ritto. Guarda il museo in cui gli schermi mandano in loop le immagini dei moribondi, degli appestati dal tifo e dal colera, alla Liberazione del ‘45; guarda, senti i miei passi che dal muro della fucilazione – fosse comuni e canale di scolo per il sangue, come in un mattatoio – si avviano verso il crematorio; che amena casupola, guarda, che geometrico camino: da cui spruzzavano le ceneri degli innocenti. Guarda, guarda, che strana stanza, piena di buchi sul soffitto bianco, e di griglie metalliche alle pareti; la stanza dello Zyklon B, il pesticida che usciva a fiotti e consegnava ai forni cadaveri già freddi; guarda il cancello d’ingresso, il lavoro rende liberi, guardalo oggi, ché per noi che andiamo a Dachau quell’inferriata è anche un’uscita. Dal 1933 al 1945 da quel cancello, sotto quel cielo che il mio obiettivo cerca per prender fiato, non se ne usciva vivi. Il lavoro della morte era l’unica libertà concessa.