Un modo per rincorrere un pallone, riappropriandosi del centrocampo e delle fasce laterali, senza esibire il permesso di soggiorno.
15 squadre, composte da uomini e da donne senza distinzione di cittadinanza, età, preferenze sessuali, etnia, razza, religione e abilità calcistica: Albania, Africa Insieme, Vagabundo, Brasile, Kurdistan, Dinamo 633, Emergency, El Comedor, Eritrea, Senegal e molte altre. (continua…)
Guarda, guarda, il piazzale vasto del roll-call, dove ogni mattina i prigionieri del lager erano costretti all’appello prima dei lavori forzati; guarda, guarda, una delle torri delle sentinelle SS, pronte a sparare a ogni gesto, a ogni movimento (e dietro, il filo spinato, quello elettrificato); guarda, ora, guarda la baracca dove dormivano ammucchiati come bestie: è solo una baracca d’esempio, una ricostruzione per i visitatori che combattono l’oblio: quel viale alberato, guarda guarda, era una distesa di baracche lunghe e strette, numerate; guarda nel buio della sinagoga che ripete il numero di ebrei passati ai forni: 6 milioni, guarda; guarda la scolaresca nell’edificio del bunker, il carcere dove omosessuali, dissidenti politici e asociali venivano torturati, costretti in celle senza cibo né acqua: ne ho vista una, io, quella più punitiva, 70 x 70, dove un essere umano – se questo è un uomo… – non può nè sdraiarsi né star ritto. Guarda il museo in cui gli schermi mandano in loop le immagini dei moribondi, degli appestati dal tifo e dal colera, alla Liberazione del ‘45; guarda, senti i miei passi che dal muro della fucilazione – fosse comuni e canale di scolo per il sangue, come in un mattatoio – si avviano verso il crematorio; che amena casupola, guarda, che geometrico camino: da cui spruzzavano le ceneri degli innocenti. Guarda, guarda, che strana stanza, piena di buchi sul soffitto bianco, e di griglie metalliche alle pareti; la stanza dello Zyklon B, il pesticida che usciva a fiotti e consegnava ai forni cadaveri già freddi; guarda il cancello d’ingresso, il lavoro rende liberi, guardalo oggi, ché per noi che andiamo a Dachau quell’inferriata è anche un’uscita. Dal 1933 al 1945 da quel cancello, sotto quel cielo che il mio obiettivo cerca per prender fiato, non se ne usciva vivi. Il lavoro della morte era l’unica libertà concessa.
Questo raw fragment, uno di quelli che ho postato su You Tube a corredo del mio viaggio fra Croazia, Serbia, Ungheria e Rupubblica Ceca, mostra quel che non è rimasto del campo di concentramento di Jasenovac. Nonostante il lager sia segnalato come luogo dove trovarono la morte 700mila persone fra il 1941 e il 1944 persino dall’USHMM, la volontà di rimozione della memoria, è immutata a Zagabria e dintorni da quando il presidentissimo Tudjman decise di rifondare la nuova Croazia (sì, quella che si accoda per far ingresso in Europa) sullo stampo della Croazia nazista di Pavelić. La morte di Tudjman non ha cambiato granché. La moneta con cui si paga in Croazia, la kuna, porta lo stesso nome della kuna d’epoca nazista; la bandiera croata, la šahovnica, è quella che sventolava mentre i serbi, gli ebrei, i rom e gli “oppositori” venivano massacrati in loco o deportati ad Auschwitz.
Non avevo previsto, partendo per i 30 giorni di viaggio, di filmare nulla: non ho un’attrezzatura che possa definirsi decente. Avevo previsto un taccuino [si chiama, ora, "Quadri verso Est", lo si può leggere a segmenti sul mio blog (0: Jasenovac1: Novi Sad, 2: Belgrado, 3: Pannonia, 4: Budapest, 5: Belgrado, 6: Praga, 7: Belgrado, 8: non-luogo, 9: Belgrado, 10: Zagabria, 11 e ultimo) o downloadare in .pdf da qui] e un reportage fotografico di circa 300 immagini in bianco e nero. E’ stato andare a Jasenovac, essere a Jasenovac, nel nulla più assoluto di un’alba ghiacciata e silente (non un museo, non un centro informazioni, non un istituto culturale) a farmi sentire l’urgenza di cliccare il tasto record video. Per quanto artigianale sia, credo renda più efficace il mio racconto. La rimozione della memoria e la negazione dell’Olocausto cominciano a Jasenovac. Ne scrivo mentre in Croazia un’azienda in queste settimane produce e distribuisce nei bar bustine di zucchero: illustrate dalla faccia severa di Hitler, e corredate da slogan antisemiti.